A giugno dell’anno scorso, dopo un anno di “astinenza” dai social media, ho deciso di raccogliere una sfida: provare a comunicare in maniera autentica, genuina, semplice e diversa temi legati alla salute e al mio lavoro di fisioterapista, partendo dai libri e da ciò che amo fare.
Parlo di sfida perché in passato, quando leggevo le parole social media, marketing e salute una accanto all’altra, spesso storcevo il naso.
A una cena con dei colleghi ho persino sostenuto che i social fossero un territorio da abbandonare, diventato ormai terra di promesse facili e poco realistiche. Nonostante alcune eccezioni, infatti, spesso i più onesti fanno fatica ad emergere proprio perché non cadono nella trappola della semplicità e dell’impatto immediato, su cui si basa molto del pensiero legato al marketing digitale.
Chiariamoci: non c’è nulla di male nel guadagnare o nel promuovere la propria attività, ci mancherebbe.
Ma quando la comunicazione riguarda la sfera sanitaria, personalmente ritengo che debbano esistere dei parametri. In questo contesto la comunicazione, per me, dovrebbe essere:
- Orientata al paziente, non al profitto
- Basata su evidenze scientifiche
- Trasparente (niente promesse, niente miracoli)
- Regolamentata e conforme alle normative
- Educativa, con contenuti utili e chiari
La domanda che mi sono posto pochi mesi dopo aver iniziato a pubblicare contenuti è stata:
È possibile una comunicazione di questo tipo sui social?
I social media, Instagram, per esempio, nascono come vetrine per chi vuole vendere o offrire servizi. Allo stesso tempo, però, permettono anche intrattenimento, networking, nuove connessioni e molto altro.
Eppure ho sempre pensato che creare contenuti sui social comporti inevitabilmente il dover sottostare a “regole interne” non scritte, figlie del modo in cui questi strumenti vengono utilizzati.
Un post tendenzialmente è veloce, emotivo, sintetico.
La salute, invece, richiede precisione, contesto, sfumature.
Sui social la soglia di attenzione è bassa: li utilizziamo nei ritagli di tempo, quando cerchiamo distrazione. Molti utenti cercano soluzioni rapide o hanno una bassa alfabetizzazione sanitaria, e il rischio di banalizzare per semplificare è sempre dietro l’angolo. Per non parlare delle fake news.
Ma non voglio mettermi su un piedistallo e pontificare sul bene e sul male. Arrivo al punto:
qual è il risultato di tutto questo?
Che fare comunicazione corretta diventa più difficile, perché devi educare, non solo “promuovere”.
È difficile perché bisogna resistere alla tentazione di piegarsi alle leggi della spettacolarità e della velocità, in favore del rigore e della lentezza.
È difficile perché, quando si comunica online, si rischia di scivolare inconsapevolmente verso un linguaggio da venditore: toni allarmistici, promesse, scorciatoie che fanno leva su fragilità umane comuni a tutti.
Eppure, l’obiettivo dovrebbe essere informare prima ancora di vendere.
A sei mesi dall’apertura del mio profilo e dall’inizio di questa “sfida”, non ho ancora ben chiaro se la mia sia fatica sprecata o se debba ancora impegnarmi di più per intercettare il bisogno umano di trovare risposte e conciliarlo con un modello di marketing sostenibile e sincero.
Quello che però so, e di cui sono ancora profondamente convinto, è che sia possibile portare avanti una comunicazione più profonda e riflessiva anche sui social.
So anche che il tentativo quasi utopico di essere ascoltato e compreso da tutti… rimane appunto un’utopia. Ed è giusto così: non possiamo parlare a chiunque, e va bene non piacere a tutti.
Però grazie alla vostra partecipazione, alle vostre interazioni e ai vostri feedback, sto capendo che questa strada — per quanto lenta, faticosa a tratti probabilmente “pesante” o “controcorrente” ha un valore reale.
Mi permette di migliorare, di capire meglio i vostri bisogni e di trasformare questi scambi in opportunità concrete per crescere, imparare e comunicare in modo sempre più onesto.
Perciò sinceramente
GRAZIE
Con affetto
Emanuele






