In questo articolo partiremo dalle endorfine, dalla loro storia e dal loro funzionamento, per capire come il nostro cervello è in grado di gestire il dolore in alcune condizioni particolari, tra cui l’esercizio fisico. Vedremo perché l’attività fisica può aiutare a modulare il dolore, cosa può succedere quando qualcosa va storto e quali fattori è davvero necessario considerare per utilizzare l’esercizio come strumento efficace di gestione del dolore.
1. Endorfine, dolore, esercizio fisico e fisioterapia
Cosa sono? Come sono state scoperte e perché sono importanti
Le endorfine sono sostanze chimiche prodotte naturalmente dal nostro corpo: potremmo definirle la nostra farmacia interna. Appartengono a quella famiglia di messaggeri chimici — come neurotrasmettitori e ormoni — che regolano diverse funzioni corporee.
Per capire come funzionano, immaginiamo un guanto da baseball e delle palle di diverse dimensioni. Il guanto rappresenta un recettore, Il nostre cervello, il nostro corpo è pieno di recettori, Funzionano come un “interruttore” che, una volta attivato dalla molecola che si lega, trasmette un segnale all’interno della cellula, innescando un effetto biologico . In questo senso possiamo pensare al recettore come ad un guanto da baseball e alle molecole, ai messaggeri chimici come a delle palle. Quando il guanto riceve la palla giusta, con le giuste caratteristiche diciamo per quel recettore appunto, parte un messaggio chimico che trasporta un’informazione. Nel caso delle endorfine, il risultato è la riduzione del dolore.
La parola endorfina ricorda molto la parola morfina, perché si comportano in modo simile. La differenza è che la morfina è un farmaco creato in laboratorio e introdotto dall’esterno, mentre le endorfine sono prodotte naturalmente dal nostro corpo.
Curiosamente, la morfina fu scoperta molto prima delle endorfine, nel 1804. Friedrich Sertürner, farmacista tedesco, riuscì a estrarre l’ingrediente attivo principale dell’oppio, chiamandolo inizialmente “morfium” in onore di Morfeo, il dio dei sogni nella mitologia greca, per via del suo effetto sedativo e analgesico.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, alcuni medici notarono un fenomeno curioso: soldati gravemente feriti non sembravano percepire il dolore durante il combattimento. Questo fenomeno, chiamato ipoalgesia da stress, suggeriva che il corpo fosse in grado di modulare naturalmente la sensazione di dolore.
Negli anni ’50 e ’60, il biochimico Hans Kosterlitz si chiese: e se il cervello producesse sostanze simili alla morfina per alleviare il dolore senza farmaci? Studiando estratti di cervello di topo e maiale, scoprì che alcune frazioni imitavano l’effetto analgesico della morfina.
La conferma arrivò nel 1975, quando Kosterlitz e il collega John Hughes isolarono due peptidi, Met-enkefalina e Leu-enkefalina, che si legano ai recettori del cervello e attivano un vero sistema analgesico naturale, riducendo il dolore e influenzando anche il benessere emotivo.
2. Conseguenze della scoperta
La scoperta delle endorfine ha cambiato profondamente il modo in cui comprendiamo il dolore e la connessione mente-corpo:
- Prima della scoperta delle endorfine, il dolore era visto quasi esclusivamente come un fenomeno passivo: un segnale inviato dai nervi al cervello.
- Le endorfine hanno dimostrato che il cervello può modulare attivamente il dolore, attivando sistemi naturali di analgesia.
- Tutto questo, Ha aperto la strada allo studio dei meccanismi discendenti del dolore, cioè come il cervello può attenuare o “spegnere” i segnali dolorosi. Si tratta di circuiti nervosi che partono dal cervello e “scendono” lungo il midollo spinale per modulare il dolore. chi soffre di dolore cronico, i circuiti di modulazione del dolore possono essere meno efficienti o alterati.
Tuttavia, le endorfine non sono l’unico meccanismo con cui il sistema nervoso controlla il dolore.
Altri sistemi neurochimici importanti includono:
- Serotonina: un neurotrasmettitore che può modulare la trasmissione dei segnali dolorosi nel midollo spinale, riducendo la percezione del dolore.
- Noradrenalina: un’altra sostanza chimica che contribuisce a inibire i segnali dolorosi prima che raggiungano il cervello.
- GABA (acido gamma-aminobutirrico): il principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello, che sopprime l’attività delle cellule nervose coinvolte nella trasmissione del dolore.
In aggiunta a questi meccanismi chimici, ci sono i circuiti corticali del cervello ,, cioè le aree, le parti del cervello che ci aiutano a valutare e interpretare le situazioni e che intervengono valutando il contesto in cui si manifesta il dolore. Questo significa che la percezione del dolore non è fissa:
- Può essere attenuata se la situazione lo richiede (per esempio, in caso di pericolo estremo, il cervello può “spegnere” momentaneamente la sensazione dolorosa per permettere di reagire).
- Può essere amplificata in altre circostanze, come quando siamo ansiosi o concentrati sul dolore.
In sintesi, il controllo del dolore è un processo complesso che coinvolge sostanze chimiche, circuiti spinali e valutazioni corticali, lavorando insieme per modulare quanto e come percepiamo il dolore.
3. Endorfine ed esercizio fisico

Molti sanno che l’esercizio fisico aumenta le endorfine, ma come succede davvero? Quando ci muoviamo, soprattutto con attività di moderata o alta intensità, il cervello percepisce uno stimolo stressante… uno stress “controllato”. In risposta, attiva i neuroni che producono endorfine, rilasciandole nel sistema nervoso centrale e nel sangue. Queste molecole si legano ai recettori oppioidi del cervello, modulando il dolore e migliorando umore e motivazione.
Ma non è tutto: l’esercizio stimola anche i meccanismi discendenti, quei circuiti del cervello che “frenano” i segnali dolorosi lungo il midollo spinale. Se fosse così semplice, basterebbe muoversi e il dolore sparirebbe. In realtà, non sempre funziona così: molte persone raccontano di non riuscire a gestire il dolore solo con l’esercizio. Vediamo perché.
Il dolore non è solo fisico: è un’esperienza complessa che coinvolge aspetti psicologici, biochimici e contestuali. L’esercizio, oltre agli effetti chimici, ha ruoli importanti anche a livello biomeccanico e fisiologico: migliora forza muscolare, efficienza cardiovascolare e resistenza generale, aumentando la capacità di affrontare lo stress quotidiano.
Perché l’esercizio diventi davvero un modulatore del dolore, devono esserci le condizioni giuste: chimica, contesto e fattori psicologici devono lavorare insieme. Stress, sonno, alimentazione, intensità dell’allenamento e aspettative giocano un ruolo fondamentale. Se l’allenamento viene percepito come uno stress aggiuntivo, il rilascio di endorfine e l’efficacia dei meccanismi discendenti diminuiscono, rendendo l’allenamento meno efficace nella riduzione del dolore. Qui si apre un capitolo fondamentale che affronteremo nella prossima puntata: la dimensione affettiva del dolore, cioè quanto il dolore ci disturba emotivamente e come lo viviamo dentro di noi.
4. Implicazioni per la fisioterapia
Quando si utilizza l’esercizio come strategia per gestire il dolore, è fondamentale considerare più variabili: non solo il corpo e la forza muscolare, ma anche contesto, aspettative, sostegno psicologico e funzionamento dei sistemi naturali del corpo, la nostra vera “farmacia interna”.
Un percorso guidato da un fisioterapista può aiutare a integrare tutti questi elementi, anche in collaborazione con altri professionisti della salute.
Al termine di questo articolo spero di essere riuscito a trasmettere in maniera comprensibile e semplice concetti complessi e di averti aiutato a considerare l’esercizio e la fisioterapia attraverso una prospettiva diversa.
A cura di Emanuele Corciulo
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